venerdì 10 luglio 2009

Il "travestitismo", questo sconosciuto


Alcuni eminenti colleghi criticano la pratica del “travestitismo giornalistico” - prassi attraverso la quale un giornalista nasconde la propria identità ed attività ai suoi interlocutori nel tentativo di favorire i propri personali obiettivi informativi - ritenendola scorretta e poco professionale.

In parole povere, a loro autorevole avviso, il “travestirsi” andrebbe considerato un comportamento eticamente e deontologicamente riprovevole, quasi che per le finalità giornalistiche rilevasse esclusivamente la forma e non la sostanza.

Forse, in un mondo ideale, dovrei cospargermi il capo di cenere e dar loro ragione. Ma nella realtà italiana, dove i fatti svicolano silenziosamente nel sottobosco dell’informazione manipolati da giornalisti “embedded”, servili alla causa del potente di turno, nulla è come appare. La notizia deve soddisfare rigidi criteri selettivi prima di giungere al suo consumatore finale, il lettore/ascoltatore/telespettatore. Se dà fastidio a qualcuno “in alto”, viene letteralmente tralasciata dai principali mezzi d’informazione, se non addirittura alterata ad arte.

Ernest Hemingway scrisse le più grandi pagine di guerra del ’900 rimanendo ben lontano dal fronte e dallo scenario dello sbarco in Normandia. D’altronde il giornalismo ha sempre sconfinato un po’ nella letteratura - giungendo spesso persino a travalicare i limiti della finzione - ma oggi la situazione è giunta ad una paradossale esasperazione.

E’ quindi pleonastico che la pratica del “travestitismo” venga posta in essere da giornalisti tendenzialmente liberi dai condizionamenti dei gruppi editoriali di appartenenza. La finalità ultima di chi fa giornalismo d’inchiesta è proprio la ricerca della verità. Ma fino a che punto si può arrivare per realizzare i propri scopi?

Il fine giustifica i mezzi, diceva qualcuno. Mai espressione fu più azzeccata con riferimento all’essenza dell’attività informativa.

Facciamo un esempio attuale ed elementare. Se avessi interesse a verificare il comportamento di determinate banche in merito alla rinegoziazione dei mutui, sortirei effetti completamente differenti presentandomi nelle filiali come giornalista o - in incognito - come privato cittadino. Nella prima ipotesi la filiale bancaria, consapevole del mio ruolo di giornalista, si mostrerebbe sicuramente rispettosa delle norme del decreto Bersani, ostentando un’artefatta e stucchevole trasparenza nei rapporti con i cittadini. Soltanto nella seconda ipotesi si scoprirebbe il reale contegno dell’istituto di credito nei riguardi dei propri clienti.

Se per svelare la verità è davvero necessario ricorrere al “travestitismo”, celare la propria identità, utilizzare metodi resi famosi da trasmissioni come “Report”, ma anche come “Le Iene” e “Striscia la Notizia”, probabilmente, a livello di categoria professionale, dovremmo tutti fare ammenda e provare a scendere un attimo dal piedistallo.

Se oggi veniamo a conoscenza di molti fatti e tematiche scottanti, lo dobbiamo esclusivamente a quei colleghi, razza purtroppo in via d’estinzione, che praticano il giornalismo d’inchiesta. Magari ripagati dal potere politico ed economico - come è purtroppo accaduto a Milena Gabanelli, una delle poche giornaliste che tentano di assolvere realmente alla funzione informativa, deferita al comitato etico della Rai - con sospensioni, denunce, pubbliche gogne (mediatiche).

La realtà è che oggi, in Italia, si avvicina più all’attività giornalistica vera e propria quella svolta da trasmissioni satiriche e d’intrattenimento, che l’arida lettura di agenzie di stampa - filtrate e rielaborate all’occorrenza per nascondere eventuali contenuti pregiudizievoli per i poteri forti - proposta dai principali telegiornali.

Poco importa che Gabibbo & Capitan Ventosa abbiano scarsa dignità professionale e sviliscano l’attività informativa, quando offrono un servizio giornalistico vero, denunciano soprusi e disservizi, scoprono truffe, smascherano delinquenti, forniscono nella pratica un aiuto materiale e tangibile ai cittadini. Forse, un domani, per recuperare credibilità e liberarci dall’etichetta di servi dei potenti e delle lobby, paradossalmente dovremo proprio nascondere la nostra identità o mettere uno sturalavandini in testa.

Alessio Lannutti

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