venerdì 28 ottobre 2011

Ciao "Super Sic", campione di umanità


Ai giorni nostri siamo abituati a dipingere la realtà che ci circonda attraverso degli stereotipi. E’ la società moderna, con i suoi stili di vita frenetici e la sua assurda tendenza alla semplificazione, che ce lo impone. In questo modo, un atleta professionista viene considerato dall’opinione pubblica alla stregua di un entità sovrumana, un superuomo distante anni luce dagli altri comuni mortali.

Certi sportivi, nell’immaginario collettivo, si è portati a rappresentarli così. Spocchiosi con il prossimo, un po’ megalomani, sempre con la puzza sotto il naso, in qualche caso nevrastenici. In parole povere, delle vere e proprie primedonne.

Nella maggior parte dei casi, una rappresentazione di questo tipo potrebbe fornire un profilo abbastanza rispondente a verità del campione sportivo medio. La descrizione appena fatta, è indubbio, calza a pennello per molte stelle dello sport che invadono le prime pagine delle riviste di settore.

Eppure, fortunatamente, esistono piacevolissime eccezioni. Tra i tanti assi che popolano l’olimpo delle competizioni sportive possiamo ancora trovare persone normalissime, talmente lineari da riuscire a confondersi in mezzo alla gente ordinaria con assoluta naturalezza. Marco Simoncelli ne era l’esempio emblematico. Bastava osservarlo, in pista, ai box o nei quadretti di vita quotidiana che spesso regalava ai telespettatori del motomondiale, per comprendere un’importante lezione: a generalizzare si sbaglia sempre.

Considerare un atleta esclusivamente per le sue doti sportive, facendo passare le qualità umane in secondo piano, è un altro grave errore. Molti fan pensano di sapere tutto dei propri beniamini limitandosi ad un'attenta analisi delle loro prestazioni, quando in realtà, così facendo, si fermano soltanto all’apparenza. Non bisogna mai dimenticare che anche i campioni dello sport sono esseri umani come tutti gli altri. Così, può anche accadere che la stella di una determinata disciplina sportiva sia soprattutto una persona semplice, cordiale, alla mano, nella vita di tutti i giorni.  

Domenica 23 ottobre 2011 il destino ha portato via da questo mondo il nostro “Sic”, che adesso continuerà la sua corsa chissà dove. Dovrei parlare dei fatti, del terribile incidente di Sepang, di quella scivolata che ha strappato un ragazzo di 24 anni all’affetto dei suoi cari, eppure non lo farò. Preferisco ricordare chi era Marco Simoncelli, in pista e fuori. Il motociclismo, come gli altri sport motoristici, presenta e presenterà sempre dei rischi. Appena un anno fa, a Misano, moriva il giapponese Shoya Tomizawa. Pochi giorni prima del Gran Premio della Malesia, il britannico Dan Wheldon ha perso la vita a Las Vegas durante una corsa di IndyCar. Questi episodi dimostrano lapidariamente che il pericolo fa parte del mestiere di pilota.
 
Se Valentino Rossi, per rimanere in tema di due ruote, è stato ed è tuttora un campione popolare, capace di mettere d’accordo milioni di italiani, Marco Simoncelli, con la sua naturalezza, veracità e simpatia, ci aveva conquistati tutti. “Sic” incarna il classico esempio del ragazzo della porta accanto che ce l’ha fatta a realizzarsi nella vita. Per questo ci mancherà. Nel suo sguardo c’era tutta l’umiltà di chi, nell’inseguire un sogno, era riuscito a raggiungerlo e persino a superarlo, senza mai perdere il contatto con la realtà. Il talento di Marco, infatti, era eguagliato soltanto dalla sua incredibile umanità.

Simoncelli, che ha rappresentato una ventata di freschezza nel circus del motomondiale, è un modello da seguire per tutti i giovani, l’esatto opposto degli atleti stereotipati, intrattabili e pieni di sé, ai quali la televisione ci ha ormai abituati da tempo. Avulso da fenomeni di divismo, era un ragazzo genuino, vero, sincero. Un campione del popolo, forse proprio perché tutti potevano immedesimarsi in lui.

Se in queste ore l'Italia intera si ritrova a piangere la scomparsa del giovane centauro emiliano il motivo è semplice. Non era necessario trovarsi di fronte a Marco, faccia a faccia, per conoscerlo veramente. Era sufficiente guardare i suoi occhi, ascoltare le sue parole, anche attraverso uno schermo televisivo posizionato a migliaia di chilometri di distanza, per capire davvero chi fosse. La sua umanità si percepiva dalle piccole cose, dai comportamenti di tutti i giorni, dai suoi sorrisi.

L’atmosfera distesa e composta che ha fatto da cornice al funerale di Coriano vale più di qualsiasi altra cosa. Marco Simoncelli era un giovane come tanti altri, morto facendo ciò che gli piaceva veramente. Nonostante i successi nelle competizioni sportive e l’indiscutibile talento ha sempre mantenuto i piedi per terra, è sempre rimasto legato alla sua terra, alla sua famiglia ed alle sue tradizioni. Cosa più importante, non ha mai smesso di dire ciò che pensava nella maniera più chiara e diretta possibile.

Non conoscevo personalmente Marco Simoncelli. Lo stesso discorso vale per la maggior parte delle persone che oggi sono addolorate per la sua scomparsa. Tuttavia, in un certo modo, si può dire che tutti quanti, nel giorno dell’ultimo saluto, hanno compreso pienamente la filosofia di “Super Sic”, come se lo avessero frequentato per una vita intera.

Anche adesso che la sua Honda con il numero 58 non è più sullo schieramento di partenza della MotoGP, il “Sic” continua a sfrecciare nei ricordi di tutti gli appassionati. Con la consapevolezza che nella vita, come nel motociclismo, può succedere di tutto. A volte si cade, senza riuscire a rialzarsi. Fa parte del gioco. E se capita di scivolare, proprio mentre stiamo facendo quello che abbiamo sempre amato, l’impatto magari può avere un sapore meno amaro.

La morte di Marco ha lasciato un piccolo grande vuoto in ognuno di noi, è indiscutibile. Eppure, quando la sua simpatica sagoma, con gli inconfondibili capelloni, appare sugli schermi delle nostre case in qualche immagine di repertorio, “Sic” riesce comunque a strapparci un sorriso. Sappiamo che non fa più parte di questo mondo, dovremmo essere tutti molto affranti, eppure Marco riesce lo stesso a renderci felici. Sta qui la sua incredibile forza.

Un personaggio come Simoncelli, nella sua genuina spontaneità, ha contribuito ad avvicinare parecchie persone al mondo del motociclismo, dimostrando che un campione non deve essere necessariamente un personaggio inarrivabile per le persone comuni. Questo la gente non può e non deve dimenticarlo.

Ciao Marco, anche se la maggior parte di noi non ha mai avuto la fortuna di conoscerti personalmente, resterai per sempre nel cuore di tutti gli italiani.

Alessio Lannutti

sabato 8 ottobre 2011

La sconfitta della giustizia italiana


Il secondo (e probabilmente ultimo) atto di uno dei processi mediatici più controversi degli ultimi anni volge finalmente al termine. La Corte d’Assise d’appello di Perugia, con una mossa che in molti si aspettavano, ha deciso di ribaltare il verdetto di primo grado nei confronti di Amanda Knox e Raffaele Sollecito. I due giovani, che nel 2009 erano stati condannati rispettivamente a 26 e 25 anni di reclusione per l’omicidio di Meredith Kercher, sono stati assolti per non aver commesso il fatto.

Quella di oggi è una sconfitta per il nostro sistema giudiziario. Senza entrare nel merito della decisione dei giudici del capoluogo umbro, che può essere condivisa o meno, si rende assolutamente necessaria una riflessione più ampia. La giurisdizione penale non è perfetta, sarebbe utopistico sostenere il contrario. Probabilmente, in un mondo ideale, i processi sarebbero rapidi, giusti ed equi. I colpevoli verrebbero assicurati alla giustizia, mentre gli innocenti scagionati. Il sistema giudiziario, tuttavia, è quanto di più distante esista da questo modello etereo ed immaginifico. È una realtà fatta di uomini, che, in quanto tali, sono fisiologicamente indotti a commettere degli errori.

Nel corso delle indagini sul delitto di Perugia, di sbagli ne sono stati commessi tanti. Troppi. Gran parte della responsabilità per la situazione di incertezza che si è venuta a creare oggi va attribuita agli inquirenti. Gli investigatori incaricati di portare avanti le indagini non hanno saputo proteggere né valorizzare le prove in loro possesso. Si è quindi arrivati ad un processo indiziario nel corso del quale ogni certezza è venuta meno. L’abilità degli avvocati difensori - e se Amanda e Raffaele oggi sono liberi devono ringraziare soprattutto Carlo Dalla Vedova e Giulia Bongiorno, i rispettivi legali - è stata sufficiente a far crollare il castello accusatorio costruito dalla Procura di Perugia.

Se è vero che non si può condannare qualcuno ad una vita in carcere basandosi esclusivamente su sospetti ed indizi, per quanto convincenti possano essere, è altrettanto vera un’altra particolare circostanza: l’opinione pubblica ha nutrito dubbi nei confronti dei due studenti fin dal principio degli avvenimenti e questi non sono mai stati confutati del tutto in sede processuale. E’ pacifico, nei processi servono certezze, non bastano semplici congetture. Tuttavia è anche dimostrato che le prove sulle quali era stata formulata la condanna di primo grado esistevano ed erano tangibili. Certo, non davano risposta a molteplici interrogativi, ma, associate ai comportamenti furbeschi e melliflui tenuti da parte dei due imputati nel corso delle primissime fasi della vicenda, erano idonee a fornire un’istantanea abbastanza nitida della situazione. Il duro lavoro degli avvocati della difesa, sommato all’imperizia degli inquirenti nelle varie fasi delle indagini, ha fatto invece emergere un quadro processuale completamente diverso da quello che si prospettava in seguito alla sentenza di primo grado, ed al termine di questo percorso si è infine giunti all’assoluzione con formula piena.

Nel nostro ordinamento è possibile che una persona condannata nel giudizio di primo grado venga assolta in appello, è per questo che esistono i tre gradi di giudizio. E’ giusto che in assenza di prove che rendano gli imputati colpevoli oltre ogni ragionevole dubbio si debba necessariamente optare per la loro innocenza. Per contro bisogna spezzare una lancia in favore di chi nutre ancora riserve sull’epilogo di questa triste pagina di storia italiana. Il fatto che la Corte d'appello abbia stabilito che la Knox e Sollecito non siano colpevoli non sta a significare che i due studenti non abbiano commesso materialmente il delitto. In ogni caso il dubbio sopravvive all’assoluzione. E la verità sulla sorte di Meredith, purtroppo, non la sapremo mai.

Il fallimento del nostro sistema giudiziario sta tutto qui, nel fatto di non essere riusciti ad accertare veramente come siano andate le cose. Ovviamente, questo è uno dei possibili esiti di qualsiasi dibattimento processuale: a stabilire la colpevolezza o l’innocenza di un individuo sono sempre altri esseri umani e l’errore è contemplato nella natura stessa dell’uomo. Tuttavia bisogna anche ricordare una triste tendenza che ci sta interessando direttamente negli ultimi anni: in Italia, sempre più spesso, la realtà oggettiva rimane celata, per un motivo o per un altro. Tutte le volte che ciò accade, rappresenta una sconfitta per ogni singolo cittadino del nostro paese. Nella fattispecie, la Corte d’Assise d’appello di Perugia ha deciso che Amanda Knox e Raffaele Sollecito non sono colpevoli, ma la verità è che non è stata in grado di determinare con esattezza chi fossero gli assassini di Meredith Kercher. Un sistema giurisdizionale assolve pienamente alla sua funzione soltanto quando giunge ad una conclusione univoca, insindacabile, priva di dubbi. E questo non è il caso. Amanda e Raffaele sono innocenti per la giustizia italiana, ma non sono innocenti in termini assoluti: prima o poi saranno comunque chiamati a rispondere del loro comportamento, giusto o sbagliato che sia. Chi scrive non conosce le convinzioni personali dei due giovani in materia spirituale, né può formulare un giudizio di innocenza o colpevolezza nei loro confronti, ma è comunque certo di una cosa. Se gli uomini si possono ingannare, è impossibile mentire a Dio o alla propria coscienza.

In molti vedono nella sentenza di secondo grado sul caso Meredith l’iconografia di un’ingiustizia sociale. In seguito alla decisione della Corte d’appello, per la giustizia italiana Rudy Guede rimane l’unico colpevole dell’orrendo crimine. Il giovane ivoriano, meno abbiente rispetto ai compagni di sventura, non ha mai goduto dell’appoggio dei media e dell’opinione pubblica. E’ sempre stato considerato come il mostro da sbattere in prima pagina e probabilmente rimarrà l’unico a pagare per il delitto. Inoltre, non potendosi permettere avvocati di chiara fama, aveva scelto fin da subito una strategia difensiva diversa da quella di Amanda e Raffaele. Poiché sull’ivoriano pendevano prove che confermavano in maniera schiacciante la sua presenza nella stanza di Meredith la notte del 1° novembre del 2007, i suoi avvocati avevano chiesto ed ottenuto il rito abbreviato, che aveva portato ad una condanna in Cassazione a 16 anni di reclusione per concorso nell’omicidio della studentessa inglese. La sentenza di terzo grado a carico di Rudy aveva sancito un principio fondamentale, disatteso dai giudici d’appello di Perugia. Guede era stato ritenuto colpevole dell’omicidio in concorso con Amanda e Raffaele. Adesso che sono cadute le accuse nei loro confronti, posto che sul luogo del delitto erano presenti tre persone, rimangono due misteriosi assassini non meglio identificati. Chi possano essere queste fantomatiche due persone, a distanza di 4 anni, nessuno lo sa e nessuno lo saprà mai.

Figura centrale nella vicenda è la statunitense Amanda Knox (per uno scherzo del destino Knox era anche il cognome della criminale protagonista di un discusso film di Oliver Stone, Assassini Nati).
Amanda incarna il modello ideale di bellezza che la società occidentale ci impone da più di mezzo secolo. E’ la classica ragazza della porta accanto. Bionda, occhi chiari, carina, slanciata. Il suo aspetto fisico e la sua personalità hanno influenzato necessariamente, nel bene e nel male, tutti coloro i quali abbiano seguito il caso Meredith. Amanda Knox si ama o si odia, senza mezzi termini.

Quando è apparsa la figura di Amanda, tutti hanno immediatamente avuto cura di prendere le sue difese o di indicarla come autrice del crimine, senza preoccuparsi minimamente di far luce sui fatti, di comprendere come fossero andate effettivamente le cose, di battersi per la verità. La studentessa di Seattle è stata la vera protagonista del processo. Teatrale per natura, si è emozionata, ha pianto, ha dichiarato più volte la sua innocenza, ma ha anche insabbiato, mentito, accusato un innocente, Patrick Lumumba, che probabilmente, se il caso non avesse voluto la presenza di un testimone in grado di scagionarlo, si sarebbe trovato in guai molto seri.

L’opinione pubblica americana si è subito mobilitata compattamente per prendere le difese della Knox, con poche sporadiche eccezioni. Se è innegabile che i mezzi di comunicazione di massa condizionino le idee delle persone, negli U.S.A. si è raggiunto un livello superiore. In quattro e quattr’otto sono spuntate come funghi associazioni e movimenti per la liberazione di Amanda, che ne hanno fatto una martire dei tempi moderni. Anche personaggi pubblici ed esponenti politici hanno fornito il loro supporto alla famiglia di Seattle. Per la liberazione della rampolla di casa Knox è stata messa in piedi una macchina organizzativa da un milione di dollari, che ha visto la collaborazione di società, compagnie aeree (Amanda, durante il suo ritorno verso casa, ha fatto scalo a Londra e per l’occasione è stata ospitata addirittura nella suite reale dell’aeroporto di Heathrow) e dello stesso governo americano, che ha messo in campo tutti i mezzi a disposizione per agevolarne il rientro in patria (per il disbrigo delle formalità doganali - il suo passaporto era scaduto durante il periodo di detenzione - l’ambasciata americana ha impiegato soltanto qualche ora). La famiglia Knox, che non ha badato a spese, non si è fatta mancare nulla: ha perfino ingaggiato una società di pubbliche relazioni per curare l’immagine della figlia. Nel processo mediatico è una mossa che può rivelarsi risolutiva.

Dall’altra parte c’è Raffaele Sollecito, studente di ingegneria pugliese del quale, sinceramente, si è sempre saputo ben poco. Ritenuto, forse a torto, come una pedina nelle mani di Amanda, è stato relegato quasi subito ad un ruolo di comprimario. Processualmente, ha vissuto della gloria riflessa della studentessa di Seattle. Anche perché agli americani, di Sollecito, importava poco o nulla: non essendo un connazionale, veniva nominato di rado dai media a stelle e strisce. Schivo, riflessivo, silenzioso, rappresenta l’esatto opposto di quella che, all’epoca del delitto, era la sua fidanzata. In ogni caso, la sorte di Raffaele è sempre stata strettamente legata a doppio filo con quella di Amanda, considerata esecutrice materiale del delitto nel dispositivo della sentenza di primo grado. Se fossero cadute le accuse nei confronti della studentessa americana, anche Sollecito, di conseguenza, sarebbe stato dichiarato estraneo ai fatti. Questo, i due ragazzi, l’hanno capito quasi subito. Avrebbero tranquillamente potuto farsi la guerra in sede dibattimentale, come era avvenuto nei momenti immediatamente successivi all’incriminazione, ma la loro strategia, alla fine, ha pagato.

Nelle ultime fasi del processo di secondo grado, quando tutti avevano cominciato a realizzare che il verdetto della Corte d’appello di Perugia avrebbe condizionato definitivamente le vite dei due imputati, il mondo si è diviso tra colpevolisti, in gran parte italiani, britannici ed europei, ed innocentisti, principalmente statunitensi. Il triste spettacolo mediatico che si è venuto a delineare è infine sfociato in uno scontro culturale che ha completamente messo da parte il ricordo di Mez e della sua orribile fine. La famiglia di Meredith non ha avuto il risalto mediatico che avrebbe meritato. Si è sempre comportata con grande dignità, rispetto e riservatezza. Anche in seguito all’assoluzione di Amanda e Raffaele ha confermato la propria fiducia nella giustizia italiana. I Kercher sono stati costretti a subire un torto inimmaginabile, eppure hanno sempre mantenuto un contegno ed una compostezza ineccepibili. E’ per questo che meritano la massima stima di tutti.

Per Meredith si sono commossi davvero in pochi. Mentre tutti erano a conoscenza di vita, morte e miracoli di Amanda, in costante bilico tra due estremi - c’era chi la dipingeva come una ragazza innocente, pura e candida e chi invece vedeva in lei l’incarnazione del vizio e della lussuria -, nessuno si è interessato a Mez. A nessuno è mai importato di scoprire chi fosse quella studentessa inglese dai capelli scuri e dagli occhi vivaci, di comprendere quali fossero i suoi interessi, le sue idee, i suoi sogni, le sue ambizioni. Come se improvvisamente la vittima dell’atroce delitto di Perugia, una ragazza che ha avuto l’unica colpa di venire a studiare nel nostro paese, fosse diventata un elemento del tutto accessorio ed estraneo alla vicenda.

Il processo di Perugia è stato un evento mediatico senza precedenti. Se in passato siamo stati abituati a seguire per filo e per segno gli sviluppi di numerosi delitti consumati negli angoli più reconditi della nostra penisola, il caso Meredith, per la prima volta nella storia del sistema giudiziario italiano, ha coinvolto l’opinione pubblica di mezzo mondo.

Quando agli spettatori giunge notizia di un crimine efferato, questi tendono in via del tutto naturale a ricercare un colpevole ed interessarsi ad ogni aspetto della sua esistenza. Se il sospettato in questione gode di uno charme particolare, l’attenzione diviene addirittura morbosa. Ed è esattamente ciò che è avvenuto con Amanda Knox. I giornalisti ed i cittadini americani, nella fattispecie, non hanno esitato a sposare la tesi dell’innocenza - senza se e senza ma - portando avanti un ragionamento contraddittorio e campanilistico. La protervia dei media americani sta tutta qui. La povera Meredith era morta, le prove ricollegavano la presenza della studentessa di Seattle sulla scena del crimine, il comportamento tenuto dai sospettati in sede di indagine ricordava le commedie dell’equivoco di plautina memoria, eppure negli Stati Uniti non avevano dubbi. Amanda Knox, la classica brava ragazza statunitense, doveva per forza essere innocente. Ritratta nei talk show come un angelo smarrito dal paradiso, rappresentava nell’immaginario collettivo la vittima di un errore giudiziario costretta dietro alle sbarre in un paese straniero culturalmente arretrato. Poco importava che non avesse alibi e che avesse cercato di insabbiare le cose fin dall'inizio, accusando del crimine una persona di colore completamente estranea ai fatti (in puro stile U.S.A.).

I giornalisti d’oltreoceano hanno speso fin da subito parole di fuoco per il nostro paese. Quando il dibattimento era ancora in corso, un opinionista televisivo era arrivato addirittura ad auspicare un intervento dei marines per la liberazione di Amanda, neanche fosse un ostaggio di guerra in un paese ostile. La situazione è migliorata soltanto con l’assoluzione. Il columnist del New York Times e Premio Pulitzer Timothy Egan, dopo aver sparato a zero sulla giustizia italiana durante questi lunghi 4 anni, si è complimentato con il nostro paese per la sentenza di secondo grado, dimostrando un’imparzialità degna di un tifoso calcistico che assiste ad un derby. Prima ci hanno fatto passare per un paese di forcaioli, adesso di colpo siamo diventati ipergarantisti, un modello da seguire per tutta la comunità internazionale. A pochi minuti dalla lettura della sentenza il Dipartimento di Stato si è addirittura complimentato con il nostro paese per la validità del sistema giudiziario. Se in molti hanno ravvisato nella nota del governo americano ingerenze nei nostri affari interni, qualcuno ha perfino ipotizzato che il tam-tam mediatico, con qualche “spintarella” da parte della diplomazia internazionale, possa aver contribuito ad influenzare i giudici nella loro decisione. Personalmente, mi sentirei di escludere a priori uno scenario del genere. Perché allora non si tratterebbe di una sconfitta per la nostra giustizia, ma addirittura della sua abdicazione.

I media americani, in ogni caso, erano palesemente in malafede ed hanno pesantemente condizionato l’opinione pubblica del loro paese. Manco a farlo apposta, nessun giornalista statunitense ha speso una parola di cordoglio per Meredith e per il dolore dei suoi familiari. La motivazione è semplice: a loro non è mai importato assolutamente nulla del fatto che nella vicenda sia stata uccisa una persona. Proprio perché nel caso di Perugia non ci sono certezze - e forse non ci sono mai state -, ostentare verità assolute e vaticinare verdetti, sostituendosi ai giudici, è del tutto inaccettabile, oltre che irrispettoso nei confronti della vittima. Evidentemente, vista la sicumera mostrata negli ultimi giorni del processo, qualcuno tra i giornalisti americani innocentisti doveva trovarsi in via della Pergola la notte del delitto.

Il comportamento tenuto dai mezzi di informazione a stelle e strisce è patetico, incoerente, opportunista. Ai giornalisti americani basterebbe guardare in casa propria per scoprire alcune delle più grandi ingiustizie e nefandezze mai perpetrate - nei confronti di cittadini americani ed italiani - in nessun sistema giurisdizionale di matrice occidentale. Ricordiamone alcune.

La strage del Cermis rappresenta l’emblema del modus operandi americano in tema di giustizia. Il 3 febbraio del 1998 un aereo militare statunitense tranciò i cavi della funivia del Cermis, in Val di Fiemme, provocando la morte di 20 persone. Le indagini dimostrarono che il velivolo volava troppo basso e ad una velocità troppo elevata. Il risultato? Processo in casa propria, qualche buffetto sulle spalle e colpevoli a piede libero.

Nicola Calipari, agente segreto italiano, rimase ucciso il 4 marzo del 2005 mentre era impegnato nella liberazione della giornalista Giuliana Sgrena, tenuta in ostaggio in territorio iracheno. Alcuni soldati americani, che presidiavano un posto di blocco, spararono numerosi colpi verso l’autovettura che ospitava Calipari e la giornalista del Manifesto, appena tratta in salvo. Il nome di Mario Lozano, il marine che premette materialmente il grilletto aprendo il fuoco contro il convoglio, venne rivelato casualmente. Un blogger, approfittando abilmente di una fuga di notizie, riuscì a risalire alle generalità del militare attraverso la decrittazione degli omissis contenuti nel rapporto della commissione d’inchiesta statunitense. Tuttavia, quando il nominativo giunse in mano agli inquirenti italiani, era ormai troppo tardi. Il soldato americano si smaterializzò, sparendo nel nulla, e con lui la speranza di avere giustizia. Assolto dalla giustizia militare americana, Lozano ricomparve qualche tempo dopo a New York, ma venne prosciolto anche dalla terza Corte d’Assise di Roma, che dichiarò non luogo a procedere per difetto di giurisdizione.

L’assoluzione di O.J. Simpson ha fatto discutere l'America. Per certi versi si tratta di un processo mediatico che presenta elementi in comune con il delitto di Perugia. Orenthal James Simpson era una stella della National Football League degli anni ’70. Appesi gli scarpini al chiodo, Simpson aveva intrapreso una carriera cinematografica. Nel 1994 venne accusato dell’omicidio della ex moglie e di un suo amico. L’ex campione di football, ricco, famoso, di colore (utilizzerà questo elemento, il presunto odio razziale nei suoi confronti, come un’arma per far colpo sulla giuria), ingaggiò i migliori avvocati sulla piazza, un vero e proprio dream team forense. Grazie all’abilità dei suoi legali, capaci di smontare pezzo per pezzo le ricostruzioni dell’accusa, venne dichiarato innocente in sede penale nonostante vi fossero numerose prove che lo identificavano come esecutore materiale degli omicidi. Poco meno di un anno dopo, quando le polemiche erano ancora lontane dal placarsi, venne invece riconosciuto colpevole in sede civile e condannato a risarcire i familiari delle vittime. Agli americani che si dicono certi dell’innocenza di Amanda Knox andrebbe fatta una sola, semplice domanda. O.J. Simpson è colpevole? Forse, interrogati su avvenimenti che non possono non conoscere, riuscirebbero a prendere coscienza di un concetto essenziale: di come la verità sostanziale, a volte, possa non coincidere con quella processuale.

Un altro incredibile caso di malagiustizia made in U.S.A. ci riguarda direttamente. Un nostro connazionale è detenuto da più di 10 anni negli Stati Uniti, condannato per un crimine che dichiara di non aver commesso. Enrico “Chico” Forti, all’epoca dei fatti, era un imprenditore italiano residente a Miami. Nel 2000 venne condannato all’ergastolo da un tribunale della Florida per l’omicidio del figlio di un imprenditore con il quale era in affari. La giuria popolare emise la sentenza al termine di un processo completamente arbitrario: la Corte basò il verdetto di colpevolezza sulle circostanze, in totale assenza di prove materiali. Nel dispositivo, infatti, i giudici ignorano completamente se Forti abbia premuto materialmente il grilletto dell’arma, mai ritrovata, che ha ucciso il giovane, oppure debba essere considerato soltanto il mandante dell’omicidio. Un po’ come a dire, “secondo noi sei stato tu: come, quando, perché, non ci interessa”. E se i giudici di Perugia avessero tenuto un atteggiamento simile nei riguardi di Amanda Knox? Come sarebbe stato giudicato oltreoceano? Del caso Forti si sono occupati davvero in pochi. “Chico” non ha avuto il supporto costante del ministero degli Esteri, come ha fatto il Dipartimento di Stato americano con la Knox, e si trova in carcere ingiustamente negli Stati Uniti nel silenzio più completo del mondo dell’informazione.

Ma vogliamo ricordare le decine di innocenti mandati al patibolo dalla giustizia a stelle e strisce in tutti questi anni? Persone ai margini della società, povere, malate, sole. La lista sarebbe lunga, ma un caso in particolare è balzato sulle prime pagine di tutti i giornali pochi giorni fa. Troy Davis era un afroamericano 42enne accusato dell’omicidio di un poliziotto. E’ stato giustiziato, dopo 20 anni nel braccio della morte, il 21 settembre di quest’anno, nonostante l’opinione pubblica nutrisse forti dubbi sulla sua colpevolezza. Così, mentre il boia praticava l’iniezione letale a Davis, la stampa americana era troppo occupata a fare la morale alla giustizia italiana sul caso Knox per lavare in casa i propri panni sporchi. I classici due pesi e due misure. Sterile retorica? Forse. Sta di fatto che, mentre il sistema giudiziario americano fa più acqua del Titanic, i media statunitensi hanno dimostrato ancora una volta di meritarsi l’etichetta di ipocriti, di avvoltoi, di opportunisti.

In conclusione, è opportuno chiarire un concetto di importanza sostanziale. Al di là delle proprie convinzioni personali, non bisogna mai festeggiare per una condanna o per un’assoluzione, come se si stesse assistendo ad una stupida partita di calcio. La stessa natura umana contempla la possibilità di commettere atti che vanno contro quelle regole delle quali ogni comunità si dota per garantire la pacifica e serena convivenza tra i consociati. E’ per questo che ogni ordinamento giuridico attribuisce l’esercizio dell’azione penale, perché la giustizia faccia il suo corso. Chi ha sbagliato deve necessariamente pagare, ma se non si è certi della colpevolezza di una persona, nel dubbio, è preferibile lasciarla in libertà.

E’ meglio un colpevole libero, o un innocente in galera? Per rispondere a questa domanda esistenziale vorrei ricordare Enzo Tortora. Nel 1983 il popolare conduttore televisivo fu accusato di associazione per delinquere di tipo mafioso e traffico di stupefacenti in base alle false dichiarazioni di alcuni pregiudicati. Incarcerato ingiustamente, Tortora fu segnato in modo irrimediabile dalla vicenda. Morì nel 1988, un anno dopo la sua assoluzione definitiva. Ebbene, il caso Tortora può aiutarci a riflettere. L’istituzione carceraria deve essere l’estrema ratio, l’ultima risorsa, perché l’esperienza in carcere - che non è mai una vittoria per la società, semmai una sconfitta - segna necessariamente l’esistenza di qualsiasi essere umano.

Fra qualche tempo, quando si spegneranno i riflettori sulla vicenda, una famiglia resterà nell’oscurità, tornerà nell’oblio della quotidianità senza aver modo di placare il proprio dolore. Alla famiglia di Meredith vanno le nostre scuse più sincere. Come italiani, abbiamo innanzitutto il dovere morale di chiedere perdono per il teatrino mediatico che noi tutti, nessuno escluso, abbiamo contribuito ad alimentare, speculando su una tragedia come se stessimo assistendo ad un incontro sportivo. Se il fallimento della giustizia è il fallimento della collettività, oggi abbiamo perso tutti. In ogni caso non dobbiamo dimenticare le tristi vicende di Perugia. Ricordare Meredith, la sua famiglia e la sconfitta della giustizia italiana. Sperare che un giorno, come paese, potremo finalmente emendarci dal senso di colpa che ci attanaglia per non aver fatto tutto il possibile affinché la verità venisse a galla.

Alessio Lannutti

domenica 8 maggio 2011

Habemus Moretti


Poetico e coraggioso. Sono questi gli aggettivi più adatti per sintetizzare i pensieri che si accavallano durante i titoli di coda dell’ultima fatica di Nanni Moretti, regista ed attore che ci ha ormai abituato a grandi performance.

L’idea è decisamente originale: un solenne conclave elegge un nuovo pontefice e la scelta, contro ogni pronostico, ricade su un cardinale francese che al momento della presentazione ai fedeli scopre tutta la sua ansia ed il suo panico. È un vero blocco che non solo impedisce l’incontro con una piazza San Pietro gremita, ma paralizza cardinali e Vaticano, costretti a ricorrere ad un laicissimo luminare della psicoanalisi - interpretato da Nanni Moretti - nel disperato tentativo di risolvere l’umanissimo problema dell’erede di Pietro. Quest’ultimo inizia un intimo percorso che lo porterà alla fuga. Parallelamente allo svolgersi della storia, si racconta un ironico incontro tra il Nanni psicanalista ed i diversi cardinali del conclave, scoperti nelle loro caratteristiche come dei simpatici anziani con le loro dolci bizzarrie. È paradossale ed emblematico, ma soprattutto tremendamente divertente, il “mondiale” di pallavolo tra i membri del sacro consiglio, divisi per continente di appartenenza.

L’ironia è sicuramente il mezzo comunicativo privilegiato nel racconto, ma è sottile, leggera, adeguata al tema affrontato. Serve coraggio e capacità per illustrare le debolezze dell’uomo moderno collocandole nel sacro: trasformare le guide spirituali della Chiesa Romana in uomini, raccontandone le debolezze, ma anche le storie e virtù personali, indipendenti da quelle ecumeniche di ministri della Chiesa.

La bravura consiste proprio nello sviluppare l’intreccio narrativo senza dare un’immagine grottesca o offensiva della Chiesa. Nessun rituale è raccontato con l’intento di svilire l’istituzione ecclesiastica, anche se il solo tentativo di umanizzare ciò che viene considerato sacro può risultare sgradevole per la sensibilità di chi crede. Il tema è coraggioso, quasi azzardato: nonostante la delicatezza con la quale viene affrontato, si corre lo stesso il rischio di offendere i credenti. Da sempre in Italia le figure religiose sono collocate in un’altra dimensione, circondate da un’aura mistica che le esenta dalle dinamiche umane e dalle emozioni terrene.

Nanni Moretti si era già cimentato nel tentativo di dare un’immagine diversa, terrena, emotivamente partecipe alle vicende del prossimo della Chiesa in “La messa è finita”, dove rappresentava i turbamenti e la solitudine di un giovane prete alle prese con le proprie problematiche personali.

Il finale dell’ultimo film di Moretti è sicuramente in linea con questa visione: il Papa rinuncia al suo incarico ed ammette, davanti ad una piazza San Pietro gremita di fedeli, di non essere nato per condurre, ma per essere condotto. Un’immagine cinematograficamente ed emotivamente efficace ed emblematica dello spirito dell’opera morettiana.

Daniela Manca

sabato 16 aprile 2011

Ciao Vittorio


In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. (Giovanni 12,24)

Di fronte alla morte tutto perde di significato. Le mie stesse parole, mentre scorrono farraginosamente sullo schermo del computer, appaiono vane, inutili, intempestive. L’unica cosa che rimane, di fronte al nulla eterno, è il ricordo. Il ricordo può placare il dolore, specialmente se accompagnato dalla consapevolezza che nel mondo esistono tante persone disposte a sacrificare la loro stessa esistenza per aiutare gli altri. Senza doppi fini, senza ritorno economico, senza interessi personali. Persone come Vittorio.

Sulla morte di Vittorio Arrigoni sono state fatte illazioni e strumentalizzazioni. Qualcuno - tra le migliaia di commenti apparsi nelle ultime ore sul web - è persino arrivato ad affermare che semplicemente Vittorio non avrebbe dovuto trovarsi nella Striscia di Gaza, che in fondo se l’era cercata. Sterili polemiche. Di fronte a tanto cinismo, non possiamo non essere tutti investiti di un ingrato compito: combattere la superficialità e la presunzione di chi è talmente accecato dalle proprie convinzioni da non saper distinguere la nobiltà d’animo dei volontari di Gaza e della Cisgiordania - che lottano per recare sollievo ad una popolazione sfiancata dall’occupazione israeliana - dalle bieche manovre politiche di chi agisce soltanto per ottenere qualcosa in cambio. Dobbiamo anche combattere l’oblio, forse un nemico ancor più pericoloso della disinformazione. Ricordare Vittorio Arrigoni, ma soprattutto batterci per la causa palestinese. E’ quello che avrebbe voluto.

I morti sono morti e basta. I tentativi di martirizzazione, come sappiamo, lasciano il tempo che trovano. Un unico rammarico, ho un pensiero che da ieri non riesco a togliermi dalla testa. Quanti conoscevano le attività umanitarie di Vittorio e degli altri pacifisti che operano nei territori occupati prima della sua morte? Se mai questa breve accozzaglia di periodi sconclusionati potrà mai emendarmi da una colpa imperdonabile, quella di essermi ricordato di lui soltanto quando purtroppo era già andato via da questo mondo, spero almeno che le mie parole possano essere lette e condivise da altre persone in futuro. Se riuscissi a coinvolgere anche un solo lettore, il mio scopo potrebbe dirsi realizzato.

Onore a Vittorio, lo dico di cuore. Ha avuto il coraggio di fare quello in cui credeva, anche se questo comportava mettere a rischio la propria vita. Io credo nelle stesse cose, ma che cosa ho per dimostrarlo? Mi trovo a casa mia, seduto comodamente dietro ad uno schermo, a picchiettare freneticamente le dita su una tastiera impolverata.

La sera, prima di andare a dormire, proviamo a dedicare qualche attimo del nostro tempo a ricordare Vittorio. A dedicare un pensiero alle tante altre persone che, come lui, si battono tutti i giorni contro le ingiustizie di questo sporco mondo. Non aspettiamo la morte per ricordarci della loro esistenza. Come amava ripetere Vittorio, restiamo umani.

Alessio Lannutti

domenica 27 marzo 2011

Signor Burns, le faremo sapere


I tragici eventi che hanno colpito il Giappone negli ultimi tempi rappresentano un importante spunto di riflessione per l’opinione pubblica in merito alle modalità di approvvigionamento energetico. La lotta - che con il passare dei giorni, purtroppo, sembra apparire sempre più infruttuosa - dei tecnici nucleari giapponesi ed internazionali per evitare una nuova Chernobyl nell’impianto di Fukushima ha risvegliato le coscienze ormai sopite dei cittadini italiani in tema di energia nucleare. Come è naturale e fisiologico a seguito di disastri di grande portata, per di più quando determinati da eventi umanamente incontrollabili come le catastrofi naturali, gli atteggiamenti critici e la disillusione prendono il sopravvento: il fronte degli antinuclearisti, dei contrari e degli scettici vede allargare di giorno in giorno le proprie file.

Nonostante tutto, vi è ancora chi ritiene che quello di Fukushima sia un formidabile spot a favore del nucleare: una centrale, per di più costruita all’inizio degli anni ’70, avrebbe resistito alla forza di madre natura e soltanto l’incredibile impeto dell’onda anomala generata dalla scossa sismica sarebbe riuscito a scalfirne la struttura.

Il problema, però, sembrerebbe essere a monte. Sebbene un terremoto di magnitudo 8.9 della scala Richter ed il conseguente tsunami possano mettere in discussione qualsiasi opera dell’uomo, appare abbastanza assurdo gioire per quella che è manifestamente una tragedia destinata a rimettere in discussione le convinzioni dei sostenitori più accaniti dell’energia atomica.

Qualsiasi struttura creata dall’uomo, se colpita da eventi imprevedibili, è destinata a collassare. Anche una pala eolica, in seguito ad un terremoto, può cadere giù e provocare dei danni. Tuttavia, non stiamo discutendo su questo, il problema concerne l’entità dei danni causati all’ambiente circostante. La radioattività conseguente all’incidente di Chernobyl, a distanza di 25 anni, continua a rendere inabitabili ed inadatte a qualsiasi attività umana vaste aree circostanti al luogo del disastro. Con la centrale di Fukushima accadrà la stessa cosa.

Sebbene storicamente in Italia le discussioni in tema di energia atomica prendano le mosse da valutazioni politiche della questione, diviene assolutamente imprescindibile la necessità di porsi alcune domande.

E’ davvero quello attuale il momento più idoneo per intraprendere un dibattito sul nucleare nel nostro paese, soprattutto alla luce dell’impressionabilità della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica? L’analisi del fenomeno deve basarsi sull’osservazione di dati certi ed inconfutabili che possano dare un’ampia visione delle problematiche legate alle centrali nucleari, nel nostro paese e nel mondo.

Nello specifico, bisogna prendere le mosse dalla considerazione di due diversi fattori: quello della convenienza economica e quello rivestito dalle effettive garanzie in termini di sicurezza proprie di questa fonte di energia.

Come molti sanno, una volta avviato, un reattore nucleare produce energia ininterrottamente per un lungo periodo di tempo, a prescindere dall’effettivo fabbisogno energetico della porzione di territorio che la centrale è chiamata a coprire. Il fatto stesso che le centrali operino o meno a pieno regime è del tutto ininfluente, nelle ore di minore richiesta parte dell’energia viene necessariamente sprecata.

La Francia ha 59 reattori nucleari distribuiti su 19 centrali, poco più della metà dei reattori presenti su un territorio incredibilmente più vasto, quello degli Stati Uniti. L’energia prodotta dalle centrali francesi nelle ore notturne, che andrebbe sprecata, viene venduta - ed a caro prezzo - allo Stato italiano. Il nostro paese dipende energeticamente dalle altre realtà europee. Con il nucleare questo assetto di interessi cambierebbe? In Italia non abbiamo uranio, dovremmo necessariamente acquistarlo da altri paesi. Nel settore energetico, quindi, rimarremmo comunque dipendenti economicamente dalle disponibilità altrui.

Per quanto riguarda la sicurezza, non c’è molto da dire. Chi afferma che l’energia nucleare è assolutamente sicura e pulita, mente sapendo di mentire. Un reattore nucleare è sicuro finché, dentro e fuori, tutto funziona come dovrebbe. In parole povere, fino a quando non entra in gioco la legge di Murphy. Sebbene i reattori di ultima generazione siano più sicuri dei precedenti (addirittura sicurissimi rispetto a quelli di progettazione sovietica coinvolti in inconvenienti durante la guerra fredda, ma anche di quelli americani, vedi incidente di Three Mile Island), malfunzionamenti, eventi esterni, catastrofi naturali sono sempre possibili. E se qualcuno obietterà che allora non bisognerebbe prendere l’aereo - statisticamente il mezzo di trasporto più sicuro esistente al giorno d’oggi - perché pur nella più assoluta improbabilità matematica di incidenti una minima possibilità che l’aeroplano cada c’è sempre, risponderei che le conseguenze di un incidente nucleare per la vita umana, animale, vegetale sarebbero un prezzo troppo alto da pagare. Poco importa il fatto che sconteremmo comunque in prima persona lo scotto di un eventuale incidente ad un reattore francese o tedesco, non è un motivo valido per diventare improvvisamente sostenitori del nucleare in Italia.

Non dimentichiamo poi le scorie prodotte dalle centrali. Che fine farebbero? Come vengono smaltite oggi? Che effetti hanno sugli ecosistemi del nostro pianeta? Quello delle scorie nucleari è un problema al quale in passato non si è pensato. Ed al quale, non senza dolo o colpa, si continua a non pensare.

Le soluzioni al problema energetico vanno contestualizzate. In Italia abbiamo sole, mare e vento in abbondanza. Cominciamo a puntare davvero sulle energie rinnovabili, sulle fonti pulite e sostenibili. Ma non a parole o con facili proclami, bisogna farlo veramente. Imporre ai costruttori di implementare impianti fotovoltaici negli edifici di nuova costruzione, dotare anche le costruzioni più vecchie di pannelli solari, ricorrere all’eolico, sfruttare onde, correnti, maree, evitare perdite nella rete elettrica, sensibilizzare sul risparmio energetico laddove possibile. In pratica, ottimizzare la politica energetica nel pieno rispetto dell’ambiente. Lo hanno fatto in Germania, di certo non abbiamo meno sole di quanto ne abbiano i tedeschi.

Gli italiani sono già stati chiamati ad esprimersi sull’energia nucleare nel 1987. A torto o a ragione, una decisione, in senso negativo, è stata presa. Ora, l’attuale governo italiano, dichiaratamente favorevole all’energia atomica, è intenzionato ad introdurre in un futuro non molto prossimo delle centrali nucleari sul nostro territorio. In seguito alle vicende giapponesi, per evitare che i sostenitori delle energie rinnovabili e gli antinuclearisti cavalcassero l’onda delle polemiche, ha deliberato una moratoria di un anno sullo sviluppo del nucleare. Ha deciso di prendere tempo. Tuttavia, ciò non fermerà il referendum del 12 e 13 giugno.

Nel cartone animato dei Simpson il signor Burns è il crudele proprietario della centrale nucleare di Springfield, che tiene sotto scacco della propaganda nuclearista l’intera cittadina. Al signor Burns - che nel nostro caso è rappresentato dalla lobby del nucleare - si può dire no.

Mettendo da parte inutili allarmismi, spesso fomentati dalla strenua ricerca del sensazionalismo da parte di alcuni operatori dell’informazione (es. “la Germania ha deciso di bloccare i suoi reattori nucleari”: sì, soltanto quelli più obsoleti, simili a quelli di Fukushima ed in via del tutto precauzionale; “la nube radioattiva giungerà in Italia, corsa all’acquisto dei contatori Geiger”: un modo come un altro per alimentare le psicosi; “la città di Roma è più radioattiva di Tokyo”: come se la radioattività naturale dovesse destare preoccupazione), è necessario aprire un dialogo serio tra cittadini ed istituzioni, valutare i pro ed i contro, prendere una decisione definitiva ed inappellabile.

Sul tema l’omertà di molti governi, di ogni area geografica e collocazione politica, ha dato adito a timori e riflessioni. E se è vero che in Italia le polemiche, allo stato attuale, non avrebbero ragion d’essere, non essendoci ancora centrali nucleari nel nostro paese (la prima, ammesso e non concesso che i prossimi governi non dovessero cambiare idea, vedrebbe la luce non prima del 2020), è altrettanto vero che un’informazione imparziale, seria, disinteressata dell’opinione pubblica è assolutamente prodromica ad una qualsiasi discussione in materia. Per farsi un’opinione è necessario porsi davanti a quella che è la realtà e non dinanzi a sterili propagande politiche.

Anni fa, al confine tra l’Italia e la Francia, proprio di fronte alla vecchia frontiera di Ponte San Ludovico, campeggiava un cartello in lingua francese, che recitava più o meno così: “Il 26 aprile 1986 la nube radioattiva di Chernobyl si fermò in questo punto”. Nessuno sa chi l’avesse messo. All’epoca della presidenza del popolarissimo Mitterand, si era ritenuto di dover minimizzare le conseguenze del fallout di Chernobyl sul territorio francese, di non mettere in guardia i cittadini dal consumo di frutta, verdura, latte, carne contaminati. Quella frase era un monito alla Francia, paese di nuclearisti convinti, ed al governo dell’epoca, disposto a mettere a repentaglio la salute dei propri cittadini per portare avanti una politica energetica ed i propri interessi economici. Da qualche tempo di quel vecchio cartello non c’è più traccia.

Alessio Lannutti

domenica 20 marzo 2011

Intervento militare in Libia: necessità imprescindibile o errore imperdonabile?


Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato nelle scorse ore la Risoluzione 1973. L’atto è stato emanato allo scopo di istituire una no-fly zone sullo spazio aereo libico e di porre in essere tutte le misure necessarie a salvaguardare la popolazione locale dagli attacchi dell’esercito del colonnello Muhammar Gheddafi. In parole povere, al di fuori di inutili retoriche e sterili tecnicismi, l’ONU ha legittimato un intervento militare in Libia da parte della coalizione internazionale.

L’operazione - denominata Odissey Dawn (Odissea all’Alba) -, naturale conseguenza delle posizioni assunte negli ultimi tempi dal fronte degli interventisti, ha avuto il placet da parte della quasi totalità dei componenti della più importante organizzazione internazionale, non senza illustri eccezioni. Per di più, vede partecipare, con un ruolo di primo piano, anche altri paesi del mondo arabo, su tutti Marocco, Giordania, Qatar ed Emirati Arabi, presenti al summit di Parigi.

Se le Nazioni Unite hanno esternato una posizione forte, netta, definitiva, inappellabile, tra le altre organizzazioni intergovernative direttamente interessate dalle vicende libiche i pareri sono discordanti e serpeggia il malcontento. L’Unione Africana, che vede al suo interno molti sostenitori del raìs - “Gheddafi è un vero africano”, avevano affermato pochi giorni fa i maliani -, sembra manifestare un atteggiamento quantomeno equivoco, arrivando persino ad imbastire un estemporaneo tentativo di negoziazione con il colonnello. La Lega Araba, invece, che nei giorni scorsi si era dichiarata favorevole ad un intervento internazionale per far cessare la carneficina, ha improvvisamente cambiato idea. E’ stata sufficiente l’enorme mole di missili caduta su obiettivi libici nelle ultime 24 ore. Troppi per una semplice operazione di pace.

Il pomo della discordia è incarnato dalle modalità di azione della coalizione internazionale, anche perché si è passati dalla no-fly zone ai bombardamenti in un batter di ciglia. Comincia a balenare il sospetto che quella che avrebbe dovuto essere un’operazione di peace enforcing sotto l’egida dell’ONU nel paese nordafricano si stia rivelando una vera e propria guerra. “Si vis pacem, para bellum”, scriveva Vegezio. Ma è davvero giusto fare vittime, per creare condizioni di pace? Vedete, le chiamano operazioni di peace keeping, peace enforcing, ma spesso hanno il risultato diametralmente opposto a quello che si erano prefissate. Abbiamo già visto cosa hanno prodotto le missioni UNOSOM I e II delle Nazioni Unite e l’operazione Restore Hope in Somalia. Il fallimento della macchina internazionale ha inasprito il clima di anarchia e radicalizzato l’emergenza umanitaria nel paese. Fuor di metafora, sono state del tutto controproducenti.

In Libia, inutile dimenticarlo, è in atto una vera e propria guerra civile che vede da una parte il dittatore, che detiene il potere nel paese, e dall’altra i ribelli, entità eterogenea non meglio precisata, che si contrappongono al raìs. Le soluzioni, per chi governa, sono di due ordini: o si sceglie la strada intrapresa da Mubarak per l’analoga situazione avvenuta in Egitto, ovvero l’abbandono del paese e l’accoglimento delle istanze degli insorti, oppure quella intrapresa da Gheddafi, la linea dura della repressione. Magari qualcuno cadrà anche dalle nuvole, ma la Libia non ha mai rispettato i diritti umani, i propri cittadini, gli immigrati dei paesi centrafricani (trattati come schiavi) e le convenzioni internazionali. Non è una novità. Per questo motivo, ci devono essere altre ragioni a suffragare l’intervento militare. La guerra interna al paese, le violenze sui civili, le morti innocenti potrebbero essere soltanto un pretesto. Perché allora le Nazioni Unite dovrebbero autorizzare/incoraggiare interventi di analoga portata anche in molti paesi dell’Africa Subsahariana. Ma dove non ci sono risorse, si sa, è del tutto inutile sporcarsi le mani.

Allo stesso modo, per fare un altro esempio, Israele non rispetta i diritti umani del popolo palestinese e nemmeno quelli dei propri cittadini: si veda il caso degli Shministim (obiettori di coscienza), uno status ormai riconosciuto come legittimo e sacrosanto da tutte le democrazie occidentali e che viene invece punito dal governo israeliano con l’incarcerazione. Chi si appella alla superiorità democratica di Israele rispetto ai paesi limitrofi faccia ammenda. Non basta soltanto far finta di essere democratici, bisogna pure esserlo veramente. Israele non rispetta le risoluzioni ONU che gli impongono di abbandonare i territori che occupa militarmente in maniera del tutto illegittima da moltissimi anni, ma mai nessuno ha paventato l’ipotesi di un intervento delle Nazioni Unite, proprio perché è un alleato che fa comodo a tutti. I paesi occidentali che oggi fanno la voce grossa sono gli stessi che hanno fatto sì che in Africa ed in Medio Oriente si determinasse la situazione attuale. Per citare la Bibbia, chi ha orecchie per udire, oda.

Come sia scoppiata la rivolta in Libia - come anche le altre insurrezioni che hanno interessato il Nord Africa ed i paesi arabi - nessuno può saperlo. Allo stato attuale si possono soltanto fare supposizioni. La teoria secondo la quale i popoli del mondo arabo in questo modo manifestino un desiderio di democrazia appare come una soluzione semplicistica - che soltanto noi occidentali possiamo concepire - ad un problema in realtà molto più complesso. Sia ben chiaro, un paese dove la mentalità prevalente è quella secondo la quale è meglio mettere al mondo il maggior numero di figli possibile e farli campare male, perché così portano più stipendi a casa, che farne nascere uno solo e farlo vivere dignitosamente non può avere desideri di democrazia, sarebbe una forzatura logica. La teoria secondo la quale, invece, vi sarebbe una sperequazione economica tra le classi sociali ed in conseguenza un crescente bisogno di generi di prima necessità tra i ceti più bassi sembrerebbe già più credibile, anche se aleggia sempre l’idea che dietro ai focolai di tensione vi sia in realtà lo zampino di qualche paese straniero. Lo spettro del complotto internazionale ha sempre la sua ragion d’essere, la storia ne ha dato dimostrazione. Non sarebbe la prima volta che una nazione di spicco sullo scenario internazionale utilizza la popolazione locale come una pedina per cambiare la classe dirigente al vertice di un altro paese.

La crisi libica è spunto per molteplici riflessioni. Poiché si rischia una nuova Somalia a poche centinaia di chilometri da casa nostra, bisogna porsi necessariamente alcuni interrogativi.

- Chi è Muhammar Gheddafi? E’ la stesso dittatore degli ultimi 40 anni, non è cambiato affatto alla luce delle recenti vicende. E’ un criminale, un terrorista, un nemico della democrazia. In passato ha lanciato missili contro il nostro paese, gestisce in combutta con gli schiavisti africani il traffico di clandestini verso le coste italiane, fa sequestrare autoritativamente imbarcazioni italiane nelle acque internazionali in barba al diritto della navigazione ed alle convenzioni internazionali, ha foraggiato terroristi che si sono macchiati di crimini orrendi, su tutti la strage di Lockerbie. Non vi basta?

La sua dipartita sarebbe una lieta notizia per la comunità internazionale, se non fosse che, assecondando le legittime aspirazioni del popolo libico (principalmente l’aspirazione a liberarsi di lui), secondo l’antico brocardo per il quale al peggio non c’è mai fine, non ci si possa ritrovare a cadere dalla padella nella brace, magari con la Libia guidata da qualche fanatico islamista. Gheddafi, infatti, come tutti i beduini, è tutto fuorché un fondamentalista islamico. Quando vuole apparire tale, lo fa soltanto per entrare nelle grazie di qualcuno. E’ un sedicente musulmano.

- Che valore bisogna attribuire alla minaccia di rappresaglie nei confronti del mondo occidentale, in particolare dello Stato italiano, da parte di Gheddafi? C’è un detto che dice: can che abbaia non morde. Se pensiamo alla minaccia militare, le forze libiche non hanno i mezzi per porre in essere azioni di rilievo nei nostri confronti. L’aeronautica libica è composta da obsoleti caccia di fabbricazione russa e le attuali dotazioni missilistiche non sono assolutamente in grado di raggiungere le nostre isole, neanche quelle più vicine alle coste africane. Figuriamoci lo stivale. Anche se fosse, le nostre forze armate e quelle dei paesi NATO riuscirebbero a stroncare sul nascere un tentativo di questo genere. In verità un rischio c’è, anche se di tipo diverso. Il terrorismo. E’ sufficiente ad alimentare il clima di incertezza ed a rievocare gli spettri di Ustica e di Lockerbie. Nihil sub sole novi, è il cancro del ventunesimo secolo.

- Perché la Francia, storicamente pacifista e parte del fronte dei non interventisti, si è schierata fortemente in favore dell’intervento militare? Vi è chi si domanda se il cambio di rotta sia dovuto soltanto all’avvicendamento al vertice tra Chirac - tradizionalmente contrario ad intervenire direttamente nei conflitti armati - e Sarkozy, o anche ad altre ragioni. Tuttavia bisogna prendere atto che da quando l’attuale Presidente siede all’Eliseo la politica estera francese è cambiata radicalmente (vedi riavvicinamento alla NATO). Se Angela Merkel ha preferito tirarsi fuori dai rischi di un intervento diretto, Sarkò non si è tirato affatto indietro. Anche perché la Francia ha tutto l’interesse a stringere legami economici con un eventuale nuovo governo libico.

- Perché Russia e Cina, membri permanenti del Consiglio di sicurezza, hanno accettato con rammarico la decisione di intervenire militarmente? I due paesi hanno motivato la loro contrarietà appellandosi al principio di non ingerenza negli affari altrui. Tesi inattaccabile e condivisibile. Come sempre, però, gli interessi economici, in qualche modo, entrano in gioco. La Russia, come la Libia, è una grande produttrice di gas e petrolio. Se la Libia è in crisi, alcuni paesi europei non possono provvedere all’approvvigionamento di tali risorse, ergo devono necessariamente rivolgersi ad altri mercati. Quello più pratico parla sicuramente russo. La Cina, invece, ha colonizzato il continente africano in un regime quasi monopolistico: petrolio, risorse, attività economiche. Potrebbe non vedere di buon occhio eventuali tentativi volti a minarne l’egemonia.

- Quali interessi economici sono in ballo per l’Italia? La Libia è il nostro principale fornitore di petrolio e di gas. E’ bastata la crisi - ed il conseguente stop alle forniture - per vedere un’impennata nei costi dei carburanti in tutto il territorio italiano. L’ENI, che opera da anni in Libia con un trattamento di riguardo da parte dell’amministrazione attuale, potrebbe vedersi ridimensionare le forniture da un eventuale nuovo governo, che potrebbe premiare i paesi artefici della liberazione nazionale a scapito dei vecchi alleati del dittatore.

- Chi sono i ribelli? Domanda alla quale è difficile rispondere. Non si è capito bene, si sa soltanto che la loro finalità principale è quella di rovesciare il regime del colonnello Muhammar Gheddafi. Per il resto non sembrano mantenere una linea politica univoca. Se è vero che la democrazia non si esporta (e la storia lo ha dimostrato), sembra che gli stessi ribelli che nelle scorse settimane avversarono l’idea un intervento straniero, abbiano poi esultato alla vista dei missili USA e dei bombardamenti francesi. Della serie: poche idee, ma confuse. Siamo nell’incognita più totale.

- Perché si è parlato di istituzione di una no-fly zone e poi si è intervenuti bombardando obiettivi militari? Probabilmente - è solo una supposizione - le forze della coalizione internazionale devono aver notato che anche impedendo i bombardamenti a danno dei ribelli da parte dell’aviazione libica, le forze di Gheddafi avrebbero comunque avuto la meglio su quelle degli insorti.

- Che figura ha fatto l’Italia sul piano internazionale, in particolare alla luce del trattato di amicizia Italia-Libia? Una figura barbina, che ha irrimediabilmente escluso il governo italiano dalla stanza dei bottoni, dalla direzione delle operazioni. L’Italia esce ridimensionata sul piano internazionale per la sua politica estera intrallazzista e ambivalente. Il premier Berlusconi, prima nel ruolo di amico di Gheddafi, poi in quello di temporeggiatore/negoziatore (un Henry Kissinger de noantri) ed infine in quello di feroce avversario del raìs, non era - e non è tuttora - credibile agli occhi della comunità internazionale. L’Italia si è necessariamente dovuta adattare a quelle che sono le principali tendenze in sede internazionale, ha dovuto mettere a disposizione le proprie basi ed i propri mezzi e rischierà in prima persona di pagare economicamente (per le vicende dell’ENI) ed in termini di sicurezza nazionale (per il rischio terrorismo) l’intervento militare in Libia.

L’accordo Italia-Libia è necessariamente destinato a venir meno. La visita del colonnello a Roma, spettacolo farsesco, al tempo stesso assurdo ed allucinante, è ormai storia passata. L'unica consolazione - ed il merito questa volta spetta ai parlamentari IdV -, è quella di aver impedito a Gheddafi di tenere un discorso al Senato della Repubblica. Sarebbe stata la morte della nostra democrazia.

Alessio Lannutti

venerdì 18 marzo 2011

Io non mi sento italiano, ma per fortuna (o purtroppo) lo sono


Siamo il popolo italiano da ormai 150 anni, forse uno dei più contraddittori del mondo, un ossimoro perpetuo, gran lavoratori e maestri nell’arrangiarsi, entusiasti ed annoiati, amati e odiati. Siamo arabi ed alpini, fieri del nostro paese anche se spesso ne parliamo male, capaci di vette irraggiungibili e di cadute in picchiata irreparabili. Per gli stranieri siamo pizza e mandolino, artisti, poeti e viaggiatori, seduttori, affascinanti cantastorie, ospitali, ma anche mafiosi, maleducati e scansafatiche, teatranti nel senso peggiore del termine, inaffidabili. Molti in Europa ci considerano un fanalino di coda - se non addirittura una zavorra - e non solo per il politicante di turno, ma per la nostra mentalità.

In cosa ci differenziamo veramente dagli altri? Perché ci ostiniamo ancora a non comportarci come italiani?

Non è colpa dell’odio interno, dell'eterna contrapposizione tra nord e sud: da noi avrà assunto anche tinte forti e sopra ogni riga, ma non si pensi che un parigino si senta fratello di ogni pescatore della Normandia o contadino della Provenza, perché non corrisponde alla realtà. Tuttavia i francesi ed i tedeschi sono popoli, gli italiani non ancora.

Noi non vogliamo capire che lo Stato siamo noi, che amarlo, difenderlo e rispettarlo corrisponde ad amare, difendere e rispettare noi stessi. Come si può provare del sano patriottismo quando non ci riconosciamo ancora nello Stato che ci rappresenta, ma piuttosto siamo i primi ad offenderlo, ad ingannarlo ed a rinnegarlo appena ne abbiamo l’occasione?

Questo autolesionismo sterile ci priva di un’opportunità, quella di influire come popolo nella vita del nostro paese: i tedeschi scioperano in blocco per l’aumento del prezzo del latte, non lo acquistano; i francesi si ribellano se il governo tocca loro una legge sul lavoro sulla quale non sono d’accordo; sono parte attiva come comunità nella vita del loro paese, si danno un peso. E noi? Dobbiamo ancora capire che pagare le tasse vuol dire dare a noi stessi.

Non aspettiamo il giorno del bicentenario per ricordarci che vogliamo bene allo stato italiano.

Daniela Manca