venerdì 18 marzo 2011

Io non mi sento italiano, ma per fortuna (o purtroppo) lo sono


Siamo il popolo italiano da ormai 150 anni, forse uno dei più contraddittori del mondo, un ossimoro perpetuo, gran lavoratori e maestri nell’arrangiarsi, entusiasti ed annoiati, amati e odiati. Siamo arabi ed alpini, fieri del nostro paese anche se spesso ne parliamo male, capaci di vette irraggiungibili e di cadute in picchiata irreparabili. Per gli stranieri siamo pizza e mandolino, artisti, poeti e viaggiatori, seduttori, affascinanti cantastorie, ospitali, ma anche mafiosi, maleducati e scansafatiche, teatranti nel senso peggiore del termine, inaffidabili. Molti in Europa ci considerano un fanalino di coda - se non addirittura una zavorra - e non solo per il politicante di turno, ma per la nostra mentalità.

In cosa ci differenziamo veramente dagli altri? Perché ci ostiniamo ancora a non comportarci come italiani?

Non è colpa dell’odio interno, dell'eterna contrapposizione tra nord e sud: da noi avrà assunto anche tinte forti e sopra ogni riga, ma non si pensi che un parigino si senta fratello di ogni pescatore della Normandia o contadino della Provenza, perché non corrisponde alla realtà. Tuttavia i francesi ed i tedeschi sono popoli, gli italiani non ancora.

Noi non vogliamo capire che lo Stato siamo noi, che amarlo, difenderlo e rispettarlo corrisponde ad amare, difendere e rispettare noi stessi. Come si può provare del sano patriottismo quando non ci riconosciamo ancora nello Stato che ci rappresenta, ma piuttosto siamo i primi ad offenderlo, ad ingannarlo ed a rinnegarlo appena ne abbiamo l’occasione?

Questo autolesionismo sterile ci priva di un’opportunità, quella di influire come popolo nella vita del nostro paese: i tedeschi scioperano in blocco per l’aumento del prezzo del latte, non lo acquistano; i francesi si ribellano se il governo tocca loro una legge sul lavoro sulla quale non sono d’accordo; sono parte attiva come comunità nella vita del loro paese, si danno un peso. E noi? Dobbiamo ancora capire che pagare le tasse vuol dire dare a noi stessi.

Non aspettiamo il giorno del bicentenario per ricordarci che vogliamo bene allo stato italiano.

Daniela Manca

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