lunedì 13 luglio 2009

Guido Traversa e la consulenza filosofica


In un mondo in cui a prevalere sono gli “interessi” materiali dell’uomo e si dà valore quasi esclusivo alla rincorsa del piacere, al consumismo, alla soppressione della dignità umana, parlare di consulenza filosofica può apparire del tutto fuori luogo.

Per fortuna, non è cosi, se consideriamo i passi da gigante che questa nuova disciplina ha fatto negli ultimi anni, grazie al contributo determinante di studiosi e filosofi come Guido Traversa e al supporto scientifico di organismi qualificati, come l’Istituto di filosofia e antropologia clinica esistenziale.

All’apparire sulla scena accademica e nella realtà quotidiana di questa nuova “figura professionale” (il consulente filosofico), molti studiosi hanno cercato di circoscriverne i confini e di separarla dagli altri “operatori” che agiscono nel campo della terapia psichiatrica, psicologica, psicoanalitica e del counseling.
La ricerca di una distinzione con altre discipline è stata, però, una forzatura, che non ha tenuto conto e non considera affatto che la filosofia è già di per sè una prassi, una scienza che mira ad una comprensione più vasta e organica della realtà, in cui l’esperienza umana viene considerata nelle sue varie possibilità.

E’ proprio per questi motivi che la consulenza filosofica è stata anche individuata come filosofia pratica o come ontologia applicata, termini che mettono in rilievo lo scopo e l’”essere” della filosofia, che può essere definita come una particolare forma di comprensione delle condizioni esistenziali degli individui o dei gruppi e di quelle situazioni, conflittuali o meno, in cui l’uomo cerca di dare alla sua azione o alla propria vita un senso di compiutezza e di appagamento.

La filosofia, in sostanza, è un modo particolare di sapere e di capire; un metodo “obiettivo” che, contrariamente ai sistemi usati dalle altre scienze, coglie e “lega” tutte le diverse dimensioni dell’oggetto, degli atti o dei fatti a cui ci si riferisce nei processi della conoscenza e dell’esperienza.
In tale logica, la consulenza filosofica non dovrebbe essere finalizzata - principalmente - all’analisi del disagio individuale o collettivo, ma all’individuazione di strumenti concettuali che incentivino le condizioni di benessere della persona, nelle sue varie dimensioni (rapporti sentimentali, rapporti di lavoro,ecc.).

La filosofia, cosi intesa, può considerarsi come un’arte che permetta di distinguere e valutare meglio le condizioni dell’esistenza (da rifiutare se appaiono negative, o da accettare, se positive) e di capire un qualcosa rispetto al quale si deve agire e dove l’agire precede il capire, come è nel caso di quei processi personali, interpersonali o sociali in cui l’uomo sembra aver già acquisito un habitus di adeguatezza a sé e agli altri.

Ciò, generalmente, viene chiamato saggezza, la quale non è altro che la capacità di mettere in atto l’azione giusta al momento giusto.
La saggezza e l’esame dei propri “livelli” di vita, a loro volta, portano quasi spesso a ricercare la pratica di esercizi (anche spirituali) e di metodi riflessivi e di analisi, che hanno lo scopo di evidenziare quei dettagli, accidenti e differenze minime che sono alla base di ogni esperienza.

La filosofia diventa allora, non terapia, ma esercizio continuo di valutazione cognitiva della propria vita, capacità che è intrinseca a tale scienza che, mettendo insieme aspetti logici, ontologici, etici ed estetici, riesce a organizzare in un’unità sistematica una forma organica di pensiero.
Un pensiero che - sorretto dall’analogia, dall’esperienza dell’empatia, dal ruolo della memoria, dalla prassi della responsabilità e dall’analisi delle difficoltà di “esercizio” della libertà - guarda al concetto di identità non in modo univoco, rispetta la disomogeneità della realtà e sa cogliere l’unità nel molteplice e il molteplice nell’unità.

Stabilito il campo di azione in cui opera la filosofia (che non è solo quello delle scienze naturali, ma anche quello delle scienze umane) si può dire che essa ha la finalità di interagire “produttivamente” con il vissuto del singolo individuo.
Per cui, a seconda dei casi, si ha la consulenza filosofica individuale, la consulenza di gruppo, quella indirizzata alle professioni con maggiore carico di responsabilità etica e la consulenza aziendale.

In tutti questi settori, la filosofia attua il cosiddetto “traghettamento” etico, il passaggio, cioè, dall’esperienza vissuta in prima persona (la sfera dell’io) - che non va mai sottovalutata - a quella comunicabile in modo universale (rapporto io-tu), con il risultato di conseguire uno stato di salute e di benessere.Questo permette all’utente della consulenza filosofica di capire che il suo essere non è identico alla situazione di disagio o di conflitto in cui si trova e che questa condizione è una condizione accidentale, che non coincide con la sua identità.

Connessa alla vasta problematica della consulenza filosofica è quella del concetto di volontà, che quasi sempre viene definita come termine in quanto tale.La volontà viene generalmente concepita come un quid che appare nella sfera emotiva e cosciente dell’uomo per indicare una scelta e, nello stesso tempo, come un’astrazione che si perde nel sistema cognitivo umano.
Questo identità tra libertà e volontà deve essere spezzata e ripensata, come ha più volte scritto Guido Traversa, che ha messo tuttavia in luce il ruolo rivestito dalla coscienza in tale meccanismo di interdipendenza.

Per Traversa la libertà non è solo libero arbitrio e volontà. Essa, pur precedendo e rendendo possibile l’arbitrio, cioè la scelta, è anche altro da ciò di cui è condizione.
Prima di una facoltà della sfera emotivo-cosciente dell’uomo, la libertà è la struttura ontologica dell’oggetto stesso su cui cade la scelta della volontà, è la capacità di assecondare, accettare e contemplare una natura che è altro da se stessi.
Il soggetto volente, in quanto libero, non è mai uno, ma è sempre legato con altro da sé.

Giorgio Stillitano

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